Il presidio del pomodorino di Manduria

Descrizione cultivar

Il “pomodorino di Manduria” è una pianta dal frutto piccolo, ovaleggiante e con l’estremità leggermente pronunciata, ma non appuntita e ricco di semi. La tradizione lo ha da sempre destinato al consumo fresco in insalata (su frise e giatedde, piatti tipici della tavola salentina nel periodo estivo) e alla produzione di conserve (salsa e pomodori sott’olio per il periodo invernale). La semina ha inizio nel periodo di febbraio-marzo per poter poi ottenere il raccolto in concomitanza dei giorni di giugno dedicati a Sant’Antonio (13 giugno) fino a luglio.

Metodologia di lavorazione

Gli agricoltori utilizzano i semi ottenuti dai pomodorini coltivati l’anno precedente, per la semina diretta nel periodo di febbraio – marzo, di norma eseguita in piccoli appezzamenti di circa mezzo ettaro e procedono poi al successivo diradamento delle piantine in aprile. Senza eseguire nel frattempo particolari trattamenti antiparassitari.

È coltivato su terreni argillosi (tipici della zona), dell’entroterra e vicini al mare, e lì dove erano presenti fino all’anno precedente, vigneti o destinati alla produzione di frumento. La pianta richiede, nella sua coltivazione e crescita un basso tenore di acqua, pertanto si può definire la sua gestione in “asciutto” anche se talvolta può esser necessario ricorrere ad interventi irrigui di emergenza, senza eccedere, per evitare fenomeni di marcescenza. Il calendario della coltura del pomodorino prevede, nel periodo di aprile – maggio, un processo di movimentazione del terreno capace di ossigenare la pianta stessa e di rinforzarne la buccia attraverso le poveri sollevate. Le produzioni sono piuttosto basse (10 t/ha) e pertanto nel tempo, la sua coltivazione ha ceduto il passo a cultivar più produttive e redditizie.

La ricerca della condotta Slow Food Manduria – Terre del Primitivo

Lo studio sul pomodorino di Manduria è partito dal recupero della sua memoria, dal racconto degli anziani e dei produttori di nicchia che ne hanno conservato più il racconto che il seme. Uno studio non semplice che ha però portato all’individuazione di tre “contadini custodi” che ne hanno conservato la tecnica e la coltura, per rispetto alla tradizione locale e perché “il gusto che caratterizza il pomodoro è diverso dagli altri”. Le ricerche hanno infatti confermato che tale pianta si caratterizza per un sapore più acidulo, acre, rispetto alle altre cultivar, sicuramente legato alla natura argillosa del terreno in cui cresce, particolarmente apprezzato, ma che è andato incontro ad un periodo di oblio per la scarsa resa, lasciando solo ai contadini custodi il “piacere” della coltivazione.